Rocco Turi

Rocco Turi
Recensione dell’opera Grazie luna, di Paolina Carli

Libroitaliano Editore, Poeti Italiani Contemporanei, Premio Selezione 2003

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E’ sempre complicato recensire l’opera di una persona amica. Il rischio è che ogni cosa che si scriva possa essere interpretata come un gioco delle parti.
Ho preso le contromisure immaginando di “rimuovere” la persona conosciuta e riflettendo solo sull’Artista e su una parte del mondo che le appartiene, di cui ho una certa pratica. Facendo così ho evitato di scomodare la teoria freudiana alla quale si pensa frequentemente e che, come psicologi, Fusco e Tomassoni hanno opportunamente evocato nella prefazione del volume. Certo, ognuno di noi porta il “segno” della propria infanzia e sarebbe quindi ovvio - specialmente dopo aver letto un libro come questo - collegare il messaggio al vissuto remoto dell’Autore.
Ebbene, se “non” conosco la persona, conosco l’Autore Carli e so che all’esperienza infantile essa ha aggiunto una pratica sul campo che poi ha “modellato” quella precedente. Tanto per iniziare, Carli è passata con successo attraverso l’arte visiva e la realizzazione di pregevoli opere in ceramica, che ho avuto il piacere di ammirare nella sua collezione privata. Ma Carli vive da molti anni nel rione Vittorio di Roma e chi conosce questo luogo sa bene che esso è anche punto di raccolta e di attività multietnica fra i più densi in Europa. E’ il luogo in cui convivono anche le ingiustizie, le sofferenze, le oppressioni, la violenza che si annida nel mondo dell’immigrazione. Carli è stata permeata emotivamente da questa realtà anche a causa del suo impegno politico; ha pure lavorato in uffici ministeriali in cui forse ha osservato altri tipi di conflitti, più subdoli e da “colletti bianchi”; gode anche della pace del villaggio nella campagna reatina nella quale - apparentemente - i conflitti della città sembrano attenuati. Ritorna così alla ribalta l’antica realtà sociale abruzzese dalla quale in un tempo lontano Carli si era allontanata. Il cerchio si chiude così, in un personale rapporto città-campagna che oggi offre all’Autore l’opportunità di riflettere sul suo mondo e di comunicarlo al mondo attraverso le sue esperienze.
Ecco. Carli vive nella realtà oggettiva della società post-moderna e sarebbe diminutivo ed errato interpretare le sue opere pensando unicamente al percorso intimo e personale, distaccato dal contesto collettivo quotidiano. Non si spiegherebbe perché abbia atteso tanto tempo per scrivere la sua Opera Prima. Il connubio fra storia ed esperienza successiva ha generato un volume che non è più un componimento autonomo ma collettivo senza dubbio ed è diventato un’opera di denuncia sociale. Ne sono sintomo i brani che richiamano l’amore e il dolore, in cui dominano in chiave moderna i toni leopardiani della evocazione e della memoria, nei quali tutti possono eventualmente guardare sé stessi come in uno specchio concavo.
E’ logico, pertanto, immedesimarsi nella esistenza di migliaia di persone che vivono nella casba riprodotta del quartiere romano Vittorio. Osservandole dall’alto del suo quarto piano, Carli l’ha fatto onestamente e con coraggio, forse anche in momenti di sconforto e di crisi personale. Come osservatore attento e diligente, ha reso di valore collettivo le sue composizioni perché traspaiono da esse la vita quotidiana ed i sentimenti di chiunque cinese, magrebino, indiano, boliviano che – preso da una condizione immanente di difficoltà – nel rione Vittorio non ha il tempo né la voglia di ricercare una radice per rispiecchiarvisi. Così come, nel passato, Carli non aveva avuto il tempo, né la voglia, né una radice per scrivere ciò che stava maturando.
Solo alla fine di un cammino lungo e complesso, fra sentimenti e ragionamenti, Carli ha raccolto i pezzi della sua multiforme esperienza vissuta e li ha assemblati non già come un freddo puzzle, ma li ha riannodati sotto un filo conduttore pulsante e omogeneo che coinvolge tutti, per comporre una raccolta che non è più autobiografica e che ha dedicato alla luna, anch’essa di leopardiana memoria, che riceve luce (l’esperienza, nel caso di Carli), che è capace di influire nel flusso della linfa (nella meditazione, nel caso dei lettori), che iconograficamente è raffigurata come una falce. Falci lunari compaiono nelle bandiere nazionali di numerosi paesi islamici. E’ evidente come l’opera di Carli sia intrisa del mondo “sotto casa”.
Dalla tranquillità nell’alto del suo quarto piano o dalla pace di Toffia, nella campagna reatina, come un pittore che usa pennellate di colore dell’anima, Carli rende vive le scene e i soggetti; dosando sapientemente le parole rende il senso più autentico delle sue composizioni. Come il pittore che con colori scuri e forti esprime il travaglio, il dolore dei personaggi, con parole coraggiose (”…bastardo…”) Paolina Carli, mia amica da antica data, descrive il sentimento della sofferenza che accomuna tutti, pur nella discriminante della propria etnia e cultura e religione.
Rocco Turi
Rende, 16 gennaio 2005

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